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Dietro uno steccato s'alza un albero divorato dalla
luce; il salino corrode i balzi di roccia; un ulivo scavato mostra
la forza nodosa del legno davanti all'acqua sterminata; i pini
d'Aleppo o pini bianchi, sensibili al vento, hanno rami contorti
e tronchi senz'ombra sul dirupo bruciato. E come in questi elementi
di paesaggio marino, in altri intrecci di montagna domina lo
stesso senso angoloso ed assorto, qualcosa di pungente ed intoccabile
che va al di là della struttura grafica e della minuzia
formale. Un'atmosfera di precarietà e di eternità
circonda le cose. Un unico struggimento lega l'aspra terra di
Liguria - rade, burroni e scogli - alle baite e declivi lunari
di un &laqno;Piemonte arcaico, velato di ombre e di gelo».
Ma è nel silenzio della montagna che dilaga il fantasma
della memoria. &laqno;Le front aux vitres comme font les veilleurs
de chagrin», il pittore guarda - sguardo, ricordo o sogno?
- i tetti modellati dalla luna, le muraglie cieche di un paese
in semiabbandono, le recinzioni vegliate dai corvi.
Ombre fredde succedono
a biancori improvvisi; anzi, tutto è ombra e biancore
nel contempo, toccato da una sorta d'angelo dalle mani di cenere.
Anche le cose più tenere: gli alberi protettivi che fanno
compagnia nella notte, gli interni con gli utensili, i vasi e
i fiori sui tavoli, anche tutte queste tenerezze hanno una fragilità
di foglia morta. Incastonate in un mondo che se ne va. Le emozioni
che esse suscitano, che forse hanno suscitato in Aime stesso,
sono come tronche, sono emozioni di un controllato addio.
Dopo la montagna, il mondo
della montagna che si sgretola in silenzio, Aime si è
dato a ritrarre gli alberi fulminati dal sole, l'erbaspada, gli
elicrisi nel biancore verticale dei calcescisti marini. A cercare
in quel biancore la controimmagine dei morti campi di neve?
Francesco Biamonti
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