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"RITORNO"
ALLA NOVALESA
Tino Aime alla Novalesa. Era un incontro oscuramente
atteso per un artista che da tanti anni ha eletto la Valle di
Susa a residenza fisica o ideale. E la Novalesa non racchiude
forse la quintessenza della Valle, con la sua storia millenaria,
la sua leggenda epica e sacra, la sua pietra grigia che rimanda
alle umili grange montanare? Consapevole della straordinaria
occasione, Aime porta lassù, da Gravere, una serie di
sculture: recuperando una pratica d'arte esercitata all'inizio
e poi dismessa, quella che ignorano molti estimatori dei suoi
dipinti smaltati e delle sue sottili trame grafiche.
Non è il caso di
scomodare la psicologia del profondo, ma non è privo di
significato che egli attinga alle sorgenti della sua ispirazione,
che unisca - se è concessa l'espressione - I'arcaismo
personale a quello storico dell'abbazia benedettina.
Va da sé che il cammino a ritroso viene
compiuto portando sulle spalle le esperienze di una compiuta
maturità. Il mondo espresso oggi nella pietra ci è
infatti familiare. Riconosciamo le nature morte, alcune integrate
originalmente dai tavolini a pilastro che agiscono da supporto.
Ma qui, piegandosi alle esigenze e ai suggerimenti del materiale,
Aime invece dei fiori allinea sulle mensole, accanto a vasi e
bottiglie, i frutti e le forme del pane, qualche uovo levigato
a contrasto (e in un pezzo, omaggio flagrante alla tradizione
dei monaci restauratori della parola scritta, sotto un cespo
di lauro compaiono i libri). Con un effetto complessivo di elementarietà
e rudezza, che ci appariva finora velata e ingentilita.
Non mancano, nella rassegna, le "finestre",
dove stipiti e infissi incorniciano volti e lune magicamente
sospese. Ma c'è un uomo barbato che potrebbe appartenere
alla sequela dei Magi, c'è un'erma bifronte che è
forse il relitto di un capitello abbattuto, c'è una Madonna
che avviluppa il Bambino in un gesto barbarico e sovrumano insieme.
Sembra di avvertire un'eco che dura nei secoli, la presenza di
un romanico perenne, consustanziale alla pietra che lo esprime.
E allora, ammirando le
sculture che si dispongono tra il verde umido, nei sentieri che
conducono alle cappelle superstiti, provi il senso di una restituzione
reverente, di una osmosi vitale. Quello di Aime è davvero,
in tutti i sensi, un ritorno.
Lorenzo Mondo
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